La Cina punta sulla svalutazione competitiva?

Lo yuan si sta svalutando?

L'amministrazione Trump sostiene che la Cina sta attuando una svalutazione competitiva - cioè forzosa - della propria moneta per contribuire a incrementare le esportazioni. Pechino risponde che non è vero e sta, solo, cercando di mantenere stabile lo yuan.

Quindi chi ha ragione?

In primo luogo, è importante ricordare che la moneta cinese non funziona come le altre valute. Non è liberamente scambiata. La Banca centrale stabilisce il tasso di cambio su base quotidiana. In quest'ultimo periodo il rapporto yuan/dollaro si sta avvicinando alla soglia psicologica di 7 a 1. L'ultima volta che aveva raggiunto un livello così basso è stato dieci anni fa durante la crisi finanziaria globale.

La debolezza dello yuan dipende da una serie di cose. In parte è dovuta alla ripresa del dollaro, che ha beneficiato della fiducia nell'economia statunitense e del fatto che la Federal Reserve ha aumentato gradualmente i tassi di interesse. Ma è anche il risultato del rallentamento dell'economia cinese. Il Pil è sceso al 6,5% nel terzo trimestre di quest'anno, la crescita più lenta dal 2009.

Le preoccupazioni crescenti per la guerra commerciale Usa-Cina stanno spingendo la valuta cinese verso il basso. E dall'inizio di quest'anno la Borsa di Shanghai ha perso il 30%.

Pechino si trova ora di fronte a un dilemma. Se continua a indebolire lo yuan, rischia di far esplodere l'ira di Donald Trump e causare l'escalation della guerra commerciale. Se non lo fa, potrebbe favorire un'ulteriore riduzione della crescita economica. Per questo motivo gli analisti credono che la seconda economia al mondo non può far altro che svalutare la propria moneta, soprattutto se Trump dovesse applicare dazi su tutte le importazioni cinesi.

E se ciò dovesse accadere, la crescita in Cina potrebbe rallentare ulteriormente, minacciando la stabilità politica ed economica del Paese. E questo è qualcosa che Xi Jinping vuole evitare a tutti i costi.

 

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